Diario di un cardiologo in tempo di quarantena

"Un diario per raccontare quello che succede. Ciò che noi operatori sanitari viviamo. Un diario che non ha lo scopo di spaventare: ha lo scopo di informare, di condividere, aiutare"

Sergio Macciò, Consigliere UPO Alumni

Dirigente Medico della divisione di Cardiologia dell'ospedale Sant'Andrea di Vercelli

4 Aprile a.d.c. (Anno del Corona)

“SVENTURATA LA TERRA CHE HA BISOGNO DI EROI”

Caro diario abbiamo parlato tanto di eroi in questi giorni e non potevo non pensare a questa citazione di Bertolt Brecht.

Quegli eroi con gli abiti candidi, visiere, guanti, maschere.

Girano in questi giorni immagini dei supereroi della televisione e dei cartoni affiancati a medici e infermieri.

Immagini che hanno fatto molto sorridere il mio piccolo Francesco, meno noi grandi.

Perché tra noi operatori la parola eroi non vorremmo usarla. Non lo siamo certo.

Siamo persone normali che stanno cercando di fare cose straordinarie (cioè fuori dall’ordinario senza altra enfasi). Molti colleghi addirittura quasi si offendono, e li comprendo, a sentire questo termine.

Come se chiamarci eroi o soldati potesse giustificare l’invio in trincea senza scarpe e con munizioni contate.

Nessuno qui vuole fare l’eroe, vogliamo solo fare il lavoro per cui abbiamo studiato e cercare di farlo con scienza, coscienza e strumenti adeguati.

Altri forse sono e saranno gli eroi di questa storia.

Si, noi rischiamo l’esposizione, il contagio, rischiamo di portarlo a casa. E questa è l’ombra che ci segue dappertutto. Ma abbiamo anche un vantaggio: a fine mese, cascasse il mondo, abbiamo uno stipendio per noi e per le nostre famiglie.

Ho molti tra gli amici che ormai fanno parte della “Compagnia del Diario” che dando dell’eroe a noi non si accorgono di esserlo loro, veramente.

Parlo di padri e madri lavoratori autonomi che da un mese non guadagnano niente.

Parlo di chi ha dovuto tirare giù le serrande senza alcun paracadute.

Sono in caduta libera.

Immagino gli occhi di un padre o di una madre, bloccati tutto il giorno in casa. Il conto in banca che scende. Uno è pronto a fare tutte le rinunce possibili ma come lo spiega magari ad un figlio? Un bimbo come il mio che compie gli anni, che si aspetta una festa, regali dai parenti? Si aspetta allegria e serenità.

Il mondo dei liberi professionisti e delle partite IVA è anche il mondo che, in un paese senza grandi strutture industriali, tiene vivo il tessuto economico e sociale.

Come, quando e soprattutto riusciranno tutti a ripartire quando saremo fuori da questa crisi?

Ora loro ci sostengono, fanno donazioni anche piccole ma grandi se pensiamo ai loro problemi, alle attività chiuse. Scrivono a noi ringraziandoci. Rispettano le chiusure con grandi sacrifici.

Sono loro i nostri eroi, eroe è l’uomo che riesce a donare un sorriso al proprio figlio nascondendogli le paure, le difficoltà. Eroe sarà il padre/madre che rinuncerà a tutto per fare quel regalo di compleanno.

Ricordiamocelo quando sarà finita.

In quel momento toccherà a noi, che lo stipendio l’abbiamo preso, aiutare loro.

Quando negozi, bar, ristoranti, artigiani riapriranno dovremmo essere li.

Ricordiamoci del negozio sotto casa, ricordiamo di quanto ci è mancato chiacchierare senza maschera con un negoziante con la scusa della spesa. Ci aspetta un’estate lavorativa. Negli ospedali bisognerà recuperare mesi di attività ambulatoriali e interventi rimandati.

Immagino un ferragosto “tutto aperto”. Viaggeremo di meno (più probabilmente non viaggeremo), dunque avremo qualche euro in più da spendere in loco. Toccherà a noi dare quella scintilla che faccia ripartire il motore.

<< Basta un istante per fare un eroe ma è necessaria una vita intera per fare un uomo onesto >>

(Paul Brulat)

4 di Aprile … mano al portafoglio …


3 Aprile a.d.c. (Anno del Corona)

LA COMPAGNIA DEL DIARIO

Giornata particolare oggi.

Il giornale La Sesia ha dedicato oggi uno splendido articolo al nostro gruppo.

Ringrazio Matteo Gardelli per la sensibilità e preparazione dimostrata sull’argomento. Il ruolo dei giornali è molto importante. Fare informazione corretta nella grande confusione che si è generata in queste settimane comporta studio, approfondimento. Richiede capacità di porsi domande e di mettere in dubbio anche presunte certezze.

Ho parlato durante l’intervista del “nostro gruppo”.

Perché il diario è nostro, non è più mio, forse lo era all’inizio, ora ne sono un custode, ma ha preso vita propria.

Da qualche giorno rispondendo a qualche commento di alcuni di voi ho cominciato a definirci “La compagnia del Diario”.

Da appassionato “tolkeniano” trovo molte analogie tra il nostro cammino e la trilogia de “ Il Signore degli anelli”.

Ho voluto così pensare ed elencare alcuni punti sperando che l’ironia, se non una cura, possa essere almeno di sollievo di questi tempi:

1- SAURON: E’ il corona virus. Un’ombra sui nostri cuori, il buio che annulla la luce. Un velo di tristezza. L’isolamento. Abbattere Sauron è l’obiettivo di tutti noi, ognuno con i suoi ruoli. Perché Sauron/COVID ci ha tolto la libertà, il sole e l’allegria.

2- MORDOR: Il regno oscuro di Sauron è il centro dove tutto ha avuto inizio. E la “nostra” Wuhan. Da lì il buio si diffonde inizialmente ignorato o sottovalutato dai più.

3- MINAS TIRITH: (La città bianca): E’ l’Italia. E’ il baluardo che non può cadere altrimenti il buio dilaga. Siamo stati i primi a confrontarci con l’onda, abbiamo vacillato, ma abbiamo anche tenuto. Pagando un alto prezzo, con sacrifici straordinari, ma le difese non sono crollate.

4- LA COMPAGNIA DEL DIARIO: Siamo tutti noi. La compagnia ha guerrieri e maghi che potremmo identificare con gli operatori sanitari e con chi garantisce i servizi essenziali, ma anche gli hobbit. Saranno loro, le persone normali, senza apparenti poteri, a fare la differenza contro Sauron/Covid 19. Ognuno di noi che è rimasto in casa, che ha sacrificato la propria libertà ed in molti casi ha sacrificato anche il bilancio familiare chiudendo attività. Siamo in cammino, Mordor è ancora lontana ma ogni giorni è un passo in meno.

- LA CONTEA: Rappresenta la felicità, la libertà, la bellezza. Torneremo alla Contea, sarà un viaggio lungo ma torneremo. E quando saremo lì ci sembrerà ancora più bella di quando l’abbiamo lasciata.

La Compagnia del Diario è anche un grande condominio. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo un caseggiato costruito a cerchio attorno ad un cortile anch’esso circolare. I balconi di questo palazzo si affacciano tutti sul cortile interno.

Verso il pomeriggio/sera ogni giorno usciamo con il pensiero su quei balconi. Ci troviamo a parlare (a debita distanza per carità). Condividiamo preoccupazioni, speranze, sorrisi e qualche lacrima.

Si discute, qualcuno parla e qualcuno ascolta.

Alla fine tutti dentro, arriva la notte ed un sonno ristoratore per anime stanche ma determinate.

Questo senso di mutua protezione e di forza del gruppo è stato ben rappresentato da uno slogan lanciato da una carissima collega Marzia Bertolazzi: <<io proteggo te, tu proteggi me>>.

Se io metto la mascherina proteggo te, se tu metti la mascherina proteggi me. Se la mettiamo entrambi Sauron/COVID 19 viene sconfitto. Apparentemente semplice, ma richiede costanza e tanta pazienza.

3 di Aprile… tessoro, il mio tessoro…


3 Aprile

Il diario del dottor Sergio Macciò

Emergenza Coronavirus: "Perché domani i nostri figli sappiano cos'è successo"

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2 Aprile a.d.c. (Anno del Corona)

LE VITE POTENZIALI

Le serate ai tempi del corona sono, per forza di cose, serate “chiuse” tra le mura domestiche.

Mentre la famiglia si riunisce di fronte al televisore ne approfitto per sistemare l’archivio della libreria di casa.

E tra le mani mi ritrovo, quasi senza accorgermene, un libro particolare. Un libro che rimanda ad un’esperienza che feci due anni orsono.

Capitò infatti, per una serie di fortunate coincidenze, che mi ritrovai nella giuria popolare del Premio Campiello.

Tra i 5 libri finalisti sui quali fui chiamato ad esprimere un giudizio uno in particolare mi piacque, quello che ora stringo in mano: “Le vite potenziali” scritto da Francesco Targhetta (per la cronaca arrivò secondo).

Un libro che trattava il tema delle potenzialità più o meno espresse delle nostre vite.

I farò, i sarò che poi restano perduti nel tempo.

Lo trovo assolutamente attuale.

Se vogliamo trovare un senso nel dolore e nella violenza dello tsunami che ci ha travolto lo possiamo trovare nelle nostre potenzialità nascoste.

E’ in momenti di crisi che ognuno di noi, messo di fronte alla propria fragilità umana, può comprendere quali siano veramente le proprie aspirazioni, i desideri inespressi, i bisogni celati anche a noi stessi.

Le vite potenziali sono tutto ciò che potremmo essere se solo volessimo, sono tutto ciò che potremmo scoprire di essere.

Ha scoperto le sue potenzialità l’amico chirurgo che appena assunto ha imparato a gestire ventilazioni ed emogasanalisi con una rapidità impensabile. Ora quando ci incrociamo in corridoio scherzo con lui sul fatto che non ci chiederà più consulenze cardiologiche.

E’ uno scherzo, ma solo in parte.

In queste settimane vedo medici e infermieri esprimere potenziali enormi.

Si aiutano, si supportano, imparano con una velocità superiore a quella dei 20 anni e degli anni universitari nonostante oggi abbiano anche 40, 50 o 60 primavere alle spalle.

Ho scoperto le potenzialità di chi fuori dell’ospedale ha trovato energie, risorse e capacità organizzative nel reperire aiuti, materiali e attrezzature come e spesso meglio delle istituzioni stesse.

Ho scoperto le potenzialità di un gruppo di studenti del Liceo Scientifico Avogadro che insieme al loro professore hanno scoperto di poter dare un contributo eccezionale nell’affrontare la carenza di maschere per la ventilazione.

Ho scoperto le potenzialità di tanti cittadini. Persone che hanno trovato la forza di isolarsi. Che hanno trovato la forza di chiudere la loro attività (e di questo parleremo prossimamente).

Ora si tratta di guardare avanti, a quelle vite potenziali che ci attendono oltre l’ostacolo.

Un paese da far ripartire insieme.

Magari qualche sogno nel cassetto da tirar fuori, spolverare e realizzare.

Perché nella vita troppe volte osserviamo cassetti chiusi rimandandone l’apertura.

Poi arriva una guerra o una pandemia e ci accorgiamo che non siamo eterni e che avere sogni senza realizzarli è come avere nell’armadio uno splendido vestito mai usato per paura di rovinarlo ed accorgersi un giorno di non poterlo più mettere.

Questo ci deve insegnare questa pandemia.

2 di Aprile … apriamo i nostri armadi …

1 Aprile a.d.c. (Anno del Corona)

IL GIRO DI BOA?

Era inevitabile.

Gli impegni crescenti, i turni, l’isolamento casa-lavoro.

Le riunioni, i continui cambi di mansione.

Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il giorno in cui dire <<basta>>.

<<Il diario chiude>>.

Troppe energie, troppo tempo. Così, un po’ a sorprendendo anche me, termino l’opera.

Altri scriveranno e racconteranno le prossime settimane, altri saranno testimoni degli avvenimenti che ancora devono accadere. Passerò dalla parte del lettore, dell’osservatore.

Un caro saluto dunque a tutti e grazie per la compagnia nel viaggio sino a qui, grazie della vicinanza.

Ci incontreremo fuori, è una promessa, appena sarà possibile.

Un abbraccio a tutti.

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O forse no?

Forse è solo il 1° di Aprile e non ho resistito. Anzi, è proprio così, un pesce d’aprile!

Perché sono convinto che sapersi prendere ancora in giro nonostante tutto il buio che ci circonda sia essenziale.

Prendiamoci il tempo per una risata con gli amici in chat, uno scherzo in famiglia. Una battuta tra vicini di balcone (a debita distanza mi raccomando).

Ridiamo di questo 1° Aprile insieme. La risata rinforza il sistema immunitario. Una risata liberatoria servirà a darci forza quando sarà il momento di far ripartire il motore di questo paese.

Un sorriso non sarà una mancanza di rispetto per chi soffre, sarà un modo di trasmettergli positività.

A tornare seri, domani, ci sarà sempre tempo.

Ed eccoci dunque qui a quello che speriamo sia un giro di BOA.

Alle spalle il mese di marzo, le sue incertezze, le sue lezioni, i suoi errori, le persone care che ci hanno lasciato. La sua solitudine, le sue code ai supermercati, l’ansia di chi non ha avuto uno stipendio da portare a casa (e di questo parleremo a breve).

Ma anche la determinazione di molti, la creatività (penso ai ragazzi del Liceo Scientifico che hanno collaborato con i professionisti ospedalieri per lo studio di una maschera “artigianale” per la ventilazione). La bontà d’animo di chi ha donato.

Se Aprile sarà un giro di boa saranno i prossimi giorni a dircelo.

Attendiamo il plateau della curva dei contagi, una linea piatta mai così agognata prima di oggi e poi la sognata discesa magari a fine aprile, più probabilmente a Maggio.

Sapendo che alle prime buone notizie dovremo resistere alla tentazione, umana, di scappare, allentare la sicurezza. Se lo facessimo sarebbe come gettare al vento tutti i sacrifici di Marzo e Aprile.

“Aprile dolce dormire” recitava una filastrocca sentita da bambino.

Che bello sarebbe addormentarsi e svegliarsi a Maggio in piena discesa e iniziale seppur lento rientro ad una vita normale.

Ma non è ora di dormire.

Dentro gli ospedali bisognerà mantenere la stessa attenzione di marzo, non concedere niente al virus, nessun calo di tensione, nessuna omissione.

Fuori bisogna aver la forza di fare progetti, pensare al mondo di domani.

Vedere opportunità per ripartire, ricostruire.

Costruire non solo l’economia ma anche i rapporti personali.

Un nuovo umanesimo.

1 di Aprile … buon “pesce” a tutti …

31 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

SOTTO UNO STESSO CIELO

Giornata faticosa. Si attende l’inversione di rotta che ancora manca.

Il susseguirsi di riorganizzazioni e nuove procedure costringe ad un continuo senso di instabilità.

Una sorta di sindrome vertiginosa. Mancano punti fermi, tutto gira.

Diario ”geografico”, oggi.

Come altre volte cerco ristoro nei miei libri o, come questa questo pomeriggio, nelle antiche carte.

Le mie attenzioni si concentrano su una carta geografica risalente al XVIII secolo (foto 1 allegata) che rappresenta una visione ancora pionieristica del nostro pianeta. Sono affezionato a questa carta perché la sua rappresentazione del Nord America con l’inserimento di un mare “interno” parla di un mondo ancora da scoprire. Il “Far West” americano ancora lungi dall’essere esplorato rappresenta un’incognita (ci vorrà ancora un secolo per poter disegnare bene le carte della costa occidentale).

Tutto gira intanto, come la Terra. Oggi a differenza dell’incisore settecentesco Remondini, autore della carta citata, sappiamo rappresentare bene la Terra.

Oggi conosciamo in ogni suo angolo questo ammasso quasi sferico di roccia, acqua, ferro, silicio, magnesio e nichel che supporta (e sopporta) circa 7,8 miliardi di persone, divise sotto le bandiere di 206 stati. Gli esseri umani che lo colonizzano si stima parlino tra le 6000 e 7000 lingue differenti e 30.547 siano le religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette e culti tribali.

Un arcobaleno, una varietà culturale che, purtroppo, invece di arricchirci ci ha diviso nei millenni.

Poi un giorno arriva il Corona (ma anche la famosa “Spagnola” in tempi moderni). E le barriere cadono. Il virus è democratico, neutro… o almeno così sembra.

Se osserviamo con maggiore attenzione con il passare delle settimane, infatti, scopriamo che qualche differenza il COVID, dopotutto, la fa.

Due cose stiamo notando.

La prima: gli uomini sono più colpiti delle donne non tanto in termini di contagio generale quanto in termini di evoluzione in polmonite da COVID. SI ipotizza un ruolo protettore degli estrogeni, ma solo il tempo darà risposte.

La seconda (più personale): Osservando i dati OMS il numero maggiore di contagi sembra concentrarsi in una fascia intermedia sopra l’equatore e sembrano ridursi spostandoci verso il polo nord. Questa osservazione al momento trova riscontro nei bassi numeri di contagiati (ma soprattutto di affetti da polmonite COVID correlata con relativa necessità di accesso alle terapie intensive) non solo in Russia ma anche nei pesi scandinavi e Germania stessa. Se posiamo lo sguardo lungo un planisfero moderno vediamo come Spagna, Italia, Cina, USA si trovano sul 40° parallelo lungo il quale sembra raccogliersi il maggior numero di contagi. Presto per dare una spiegazione. La mia è solo un’osservazione personale, nessuna velleità di valore scientifico. Potrebbero esserci problemi di raccolta dati, soprattutto in nazioni meno sviluppate, a confondere i dati. Potrebbero esserci fattori ambientali e perché no, magari genetici.

L’occhio corre di nuovo all’antica carta. Rimanda ad un’epoca nella quale circumnavigare il globo richiedeva mesi di viaggio.

Ai tempi del Corona il virus ha impiegato invece solo poche settimane, 1 mese al massimo a raggiungere ogni posto abitato sulla Terra (fatta eccezione a quanto pare della base internazionale in Antartide che viene considerata ad oggi l’unica comunità umana civilizzata COVID-free censita).

Viaggia veloce il virus, non bada a confini fisici o politici. Non bada a bandiere.

Eppure ha paura di noi.

Se ci chiudiamo tutti in casa, come stiamo facendo, il suo viaggio si arresta e lo può fare tanto velocemente quanto velocemente si è prima diffuso.

Se ognuno di noi esce con la mascherina lo fermiamo al motto “io proteggo te, tu proteggi me”

Non molliamo quindi. Ognuno di noi se segue le indicazioni date può essere il poliziotto di frontiera che bloccherà il corona. Estrarre allora paletta e distintivo, al lavoro.

31 di Marzo … << Documenti, prego >> …

Foto 1: Carta Generale du Globe Terrestre – 1761. La freccia indica un “mare interno” nel nord america che non esiste

Foto2: Dati WHO 20/3/20 – diffusione mondiale (numero contagi) Coronavirus COVID-19

30 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

NOTTURNO OSPEDALIERO

Un diario notturno, questa volta.

Le notti di guardia in ospedale hanno sempre avuto un fascino sottile.

Si entra in ospedale quando l’ospedale si svuota, si incrociano visi di operatori stanchi, tirati, che sorridono al sollievo della “stimbratura”. Lo sguardo compassionevole del collega che ti passa a fianco << Inizi?>>.

<< Si, inizio.>>

I pochi metri dalla timbratrice al reparto sono uno spazio dilatato. Si misura ogni passo.

Perché sono i metri che separano la vita fuori da quella dentro. La quiete prima della possibile tempesta.

Prima di aprire la porta del reparto non sai mai cosa ti attende oltre. Una notte tranquilla? 12 ore di lavoro intenso? Poi giri la maniglia e vieni risucchiato.

Le notti di guardia prima dell’era COVID erano notti spesso caratterizzate da un silenzio surreale rotto a tratti da una strana sinfonia.

Un concerto di suoni “variopinti”, una cacofonia di colori gettati a caso sulla tavolozza. I “BIP” delle pompe infusionali si sovrapponevano ai cicalini dei monitor UTIC (Unità Coronarica) senza un ritmo predefinito. Il sommesso vociare che giungeva dalla sala infermieri. Il sottofondo un po’ gracchiante della televisione il cui segnale digitale saltava spesso e volentieri (ricordava a tratti un grammofono con la puntina usurata).

Il rumore sordo e regolare dei passi solitari di un infermiere nel corridoio buio accompagnato dal balenio della luce della torcia in movimento.

Uno sfarfallio del solito neon che minacciava l’abbandono da mesi ma poi non mollava e restava incrollabile al suo posto.

La luce mutevole dei monitor che illuminavano a spot il buio del reparto come piccole aurore boreali.

Questa notte, la notte dei colleghi che sono di guardia in area COVID, è diversa.

Alla sinfonia si aggiunge un “tono” di fondo.

Lo si percepisce appena entrati. E’ un soffio, un sussurro, un alito sottile.

Tornano in mente i ricordi delle esperienze americane. I congressi mondiali di cardiologia in Florida. Chi è stato da quelle parti almeno una volta sa di cosa parlo. Per loro il condizionamento è una ossessione. Temperature glaciali nei centri commerciali o sugli autobus che costringono (con temperature esterne estive) a tenere maglioni e sciarpe. In quei luoghi era caratteristico il rumore costante dell’aria emessa dai potenti climatizzatori.

Ed ora, nel silenzio della notte, nell’ospedale ai tempi del corona quel rumore lo ritrovo.

Non è il condizionamento.

E’ il rumore delle decine e decine di maschere di ventilazione ad alto flusso.

Lo strumento che rappresenta la principale cura (in attesa di capire quanto i farmaci e quali incidano veramente) per chi è stato colpito a livello polmonare dal virus.

Per chi passa ore in quei reparti quel rumore di fondo penetra in profondità, lo si porta a casa (un ronzio nelle orecchie) insieme ai segni delle maschere ffp2. Credo sia capitato anche ad altri colleghi dopo turni lunghi anche di 12 ore di tornare a casa e avere la netta sensazione di indossare ancora la maschera: la chiamo la “maschera fantasma”.

Alla fine di questa lunga maratona, quando potremo guardare indietro e tentare di riordinare ricordi e emozioni, avremo molte maschere fantasma da toglierci.

Intanto la notte prosegue.

Si controllano parametri, si regolano flussimetri.

E si cerca di conservare le forze. Perché dopo la notte seguiranno riunioni in giornata.

Riunioni operative. Si andrà ad ascoltare a che punto siamo. Cosa dobbiamo fare, cosa dobbiamo ancora trasformare, cosa dobbiamo cambiare, come dobbiamo plasmare l’ospedale in questo riadattamento continuo cui ci costringe la battaglia contro questo virus.

E nel silenzio della notte percepisco in modo chiaro e cristallino il mio respiro. Un gesto tanto scontato prima quanto prezioso oggi. Nel buio metto il dito nel saturimetro portatile… 98%. Bene.

Lontani nell’animo i tempi delle lotte sindacali per gli stipendi e le condizioni di lavoro (che sino a Febbraio parevano l’essenza di tutto), oggi la gioia sta in quel numerino. Oggi va bene, si può andare avanti, ma in silenzio, dopottutto è notte fonda.

30 di Marzo … domani è un altro giorno …


29 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

BREVE STORIA DI UN DIARIO “IMPERFETTO”

E’ domenica, e come altre domeniche è tempo di osservare la settimana appena trascorsa e fare qualche bilancio.

Una settimana complessa come ci aspettavamo.

Grafici ancora puntati in alto.

Forse, e dico forse, cominciano a puntare un po’ meno in alto (il dato non è chiaro), ma è evidente che le terapie intensive del nord sono in forte affanno, quasi al default.

Riunioni in videochat con colleghi da tutto il Piemonte, un confronto continuo.

Si conta.

Si fa la conta dei colleghi malati, la conta delle protezioni carenti. La conta dei letti riconvertiti, delle sale operatorie chiuse. La conta dei posti in terapia intensiva.

Gli sfoghi di chi non ce la fa più, lo sprone di chi ha ancora energie, animi che si scaldano e animi che si riappacificano, il positivo e il negativo.

E’ ancora presto per fare previsioni, nessuno in realtà le sa fare, e non è comunque lo scopo di questo diario.

Per ora si vive alla giornata.

Intanto il diario è ormai un adolescente e come tutti i suoi coetanei scalpita per scoprire il mondo.

Così, da questa settimana, queste pagine vengono ospitate sul sito UPOALUMNI e sul sito/pagina facebook della Famiglia Nuaresa, che ringrazio per la sensibilità con la quale ha presentato il diario.

Una condivisione che ho accolto con gioia perché sono profondamente convinto che il comunicare pensieri ed emozioni sia una delle strade per sopravvivere al nostro isolamento.

Certo, devo essere sincero, un po’ di paura comincia a fare capolino.

Il diario era inizialmente uno sfogo, una mia necessità intima di raccontare e condividere, ora mi accorgo che è diventato qualcosa di più. Il diario ha convolto tante altre persone che si aspettano le pagine serali e hanno bisogno di leggerle, come io ho bisogno di scriverle, per allontanare il senso di solitudine, per guardare oltre l’ostacolo, per sperare.

Come farmi perdonare allora qualche imprecisione o qualche svista?

Forse raccontando come nasce il diario, ogni giorno.

Lo strumento, essenziale, con cui scrivo è il tablet.

Ma come potete immaginare in area COVID o sospetta tale un tablet non può entrare “nudo”.

Dunque eccolo imbustato (foto 1). Poi serve una penna. Le dita in questo caso. Con uno o due paia di guanti sovrapposte.

Ovviamente anche camice e sovracamice che rendono i movimenti impacciati.

Ovviamente maschera d’ordinanza.

Ora immaginate tutto questo, un tavolino, un caffè da bere (a volte insieme ad uno yogurt che rappresenta il pranzo) con cannuccia se possibile e pochi minuti per riordinare idee e scriverle di getto.

Aggiungiamo l’ipossia cerebrale legata al fenomeno del “rebreathing” (l’inspirazione in questo caso della propria CO2 emessa con l’espirazione ma intrappolata nella maschera).

Perché non scrivere alla sera?

Qualche volta, quando la giornata ospedaliera non ha concesso una pausa sufficiente, il diario viene effettivamente scritto alla sera. Scritto con quella stanchezza più psichica che fisica, quella stanchezza che ti salta addosso dopo una giornata di tensione, di preoccupazioni, di dubbi e paure, di condivisione del dolore. In quelle occasioni serali si scrivono di getto i pensieri e le impressioni maturate durante la giornata, senza molto tempo da dedicare a rilettura e correzioni, mentre lì accanto i bambini reclamano un papà fin troppo assente.

Ecco insomma tutte le attenuanti che ho per gli eventuali errori commessi. Chiedo alla “giuria” di tenerne conto (attenuanti documentate nelle foto allegate) e di avere clemenza.

Da domani una nuova settimana inizia. Da vivere e da raccontare in modo “imperfetto”.

29 di Marzo… io speriamo che scrivo bene …

28 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

IL GIORNO CHE IL SOLE SPARÌ

Immaginatevi di uscire all’aperto in una splendida giornata estiva.

E’ mezzodì. Il cielo è terso, non una nuvola.

Un caldo abbraccio di luce e l’afa vi avvolge.

Poi volgete lentamente gli occhi al cielo.

Inizialmente non notate nemmeno cosa manca.

Così anche noi, all’inizio, non ci siamo resi conto di quello che mancava (ma questo lo spiegheremo a breve).

Torniamo alla nostra giornata di sole… ecco, appunto, il sole.

Immaginate di girare lo sguardo e di accorgervi che non c’è il sole.

Qualcosa che abbiamo sempre dato per scontato al punto da non realizzare subito la sua assenza.

Ma non c’è. Se ne è andato.

E così è successo a noi medici.

All’inizio era solo coronavirus.

Il suo arrivo aveva cancellato tutto.

Le nostre forze, i nostri pensieri, tutta l’adrenalina era diretta verso di lui.

Inventarsi nuovi ruoli e specialità, ridisegnare i reparti, i percorsi, le nuove terapie.

Imparare a riconoscere i sintomi.

E’ fu così che nella prima settimana convulsa, quando tutto il paese fu travolto dall’onda non prevista dagli esperti, non ci accorgemmo dell’assenza del sole.

Ora, al volgere della terza settimana della pandemia italiana dobbiamo non solo renderci conto che manca il sole, dobbiamo cercarlo.

Vi chiederete ormai di quale sole parlo. Il nostro “sole” sono le altre patologie.

CI sono voluti giorni per capire che stavano sparendo, come il nostro astro in quel giorno d’estate immaginario.

Gli accessi DEA o le visite urgenti per patologie che non siano respiratorie/febbrili sono crollate, quasi cessate del tutto.

In ambito cardiologico una settimana fa l’ANMCO (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri) del cui direttivo regionale piemontese faccio parte da 2 anni, segnalava che i ricoveri per infarto miocardico acuto si sono dimezzati da inizio marzo. DIMEZZATI.

E’ presto per avanzare ipotesi, lanciarsi in fantasiose ricostruzioni (ad esempio che la reclusione domestica e l’assenza di stress correlato al lavoro abbia ridotto tale patologia).

Temiamo noi specialisti che la ragione sia un’altra e cioè che a vincere su tutto sia stata e sia la paura.

La paura di entrare in ospedale. La paura del contagio.

Entrare in ospedale oggi vuol dire misurare la temperatura, passare dal filtro di un pre-triage per escludere (per quanto possibile) di essere portatore del virus. Incute timore la procedura ma guardiamola da un altro punto di vista: è la garanzia che facciamo di tutto per mantenere “puliti” i percorsi che debbono esserlo.

Certamente tutto ciò che non è essenziale può essere e deve essere rinviato, ma con la salute non si scherza.

Ascoltate allora il vostro corpo, cercate il vostro sole.

Noi siamo ancora qui, negli ospedali, anche per voi. Magari ricoperti di plastica e nascosti da maschere. Ma quelle plastiche e maschere con cui vi riceviamo sono pulite e sono anche a vostra protezione.

Non scherzate con il cuore, non dimenticate il sole.

Il corona passerà ed il vostro cuore sarà ancora lì a battere per voi, abbiatene cura (ma vale anche per tutto il resto del nostro corpo).

Ci siamo, ricordatelo.

28 di Marzo … il sole tornerà a splendere …

27 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

L’ARTE DELLA GUERRA

Questa pagina del diario è particolare.

Per affrontarla dovremo violare la zona rossa tutti insieme e intraprendere un viaggio che ci porterà lontano nel tempo e nello spazio.

Il viaggio ci porta infatti in Cina, nello stato di Qi (Cina Settentrionale) nel VI secolo a.c.

Qui potremmo imbatterci, se la fortuna ci sorride, in un testo stampato su listelle di bambù.

Lo ha appena dettato allo scriba un uomo alto dalla postura elegante.

Il testo che abbiamo di fronte è più antico trattato di strategia militare: “L’arte della guerra” ed e il suo autore che abbiamo appena incontrato è un importante generale (nonché filosofo) cinese: Sun Tzu. Senza entrare nelle diatribe storiche sulla reale identità di Sun Tzu ci basti sapere che il suo testo di strategia militare era destinato ad attraversare il fiume del tempo ispirando nei secoli grandi condottieri e nei tempi moderni anche capitani d’impresa.

Ma perché parlare qui, sul diario del Corona, dell’arte della guerra di Sun Tzu?

Da settimane in tutto il mondo affermiamo si stia combattendo una guerra contro il virus.

Perché, mi sono domandato allora, non analizzare questa guerra con gli occhi del generale Sun TZU? Cosa avrebbe fatto il più grande stratega di tutti i tempi?

Come vedrete non pochi sono gli spunti di riflessione, partiamo da alcuni concetti espressi da Sun:

1. << il più grande condottiero è colui che vince senza combattere>>

Attualissimo. Non è forse questo l’obiettivo della pesantissima restrizione della libertà personale cui siamo sottoposti? Se ci isoliamo tutti il virus si estingue per impossibilità a trovare nuovi ospiti. Vinciamo la guerra senza che il nostro corpo debba combattere sul campo di battaglia. Ottima strategia Sun!

2. << Conosci il nemico, conosci te stesso, mai sarà in dubbio il risultato di 100 battaglie>>

Conoscere il virus è essenziale, conoscere la sua trasmissibilità, le sue tecniche di attacco del nostro organismo, le sue strategie di camuffamento nei portatori sani. E’ un nemico insidioso e decine e decine di centri di ricerca sono al lavoro. Conoscere noi stessi vuol dire ascoltare il nostro corpo, percepire cambiamenti, non diventare diffusori del virus ignorando sintomi e segni.

3. << I soldati vanno trattati innanzitutto con umanità, ma controllati con ferrea disciplina, questa è la strada della vittoria>>

Medici e infermieri sono l’esercito attuale. Sulla ferrea disciplina ci siamo, sin dall’inizio. Per quanto riguarda l’umanità con cui sono stati trattati credo invece che le istituzioni dovrebbero rileggere Sun Tzu. A fine crisi regaleremo qualche copia dell’”Arte della guerra” a qualche loro rappresentante.

4. Un risultato superiore consiste nel conquistare intero e intatto il paese nemico. Distruggerlo costituisce un risultato inferiore >>.

Questa affermazione è l’essenza del curare. Se ci pensiamo bene si applica al coronavirus quanto alle terapie chemioterapiche oncologiche. Vinciamo se riusciamo a trovare una terapia che sconfigga il nemico senza che distrugga contemporaneamente il corpo. Questo potete comprendere rende arduo lo sperimentare farmaci in tempi ristretti ed in situazione di emergenza. Tutti vorremmo provare tutte le armi a disposizione, tutti i farmaci sperimentali, ma attenzione, se alla fine della guerra abbiamo distrutto anche il territorio abbiamo perso. Ed ecco allora l’ultimo punto, molto importante.

5. << Chi è prudente, e aspetta con pazienza chi non lo è, sarà vittorioso >>

La prudenza, l’uso delle protezioni, il lavaggio frequente, tenere le distanze. L’uso dei farmaci secondo scienza e coscienza senza lasciarsi trasportare dalle mode giornaliere, da youtube o dalle promesse miracolistiche ma misurando di giorno in giorno efficacia e rischi. La prudenza sarà premiata. Anche in tempi di coronavirus.

Dopo questa pandemia chissà, forse nel corso di studi medicina troveremo spazio per Sun Tzu e la sua “arte”.

Ora torniamo tutti alla nostra battaglia quotidiana, sapendo che non siamo soldati allo sbaraglio, siamo un esercito di milioni di persone. Combattiamo insieme, vinciamo insieme.

27 di Marzo … armiamoci e partiamo …

26 di Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

ELOGIO DEL PENSIERO POSITIVO

Gira un video motivazionale in questi giorni e tra le altre cose descrive un esperimento particolare.

Te ne parlo caro diario perché nella sua semplicità veicola un messaggio molto importante.

Prima di tutto, però, una premessa è d’obbligo: non ho mai considerato queste pagine come un luogo di informazione scientifica. Credo che in questo momento siamo già troppo “bombardati” da esperti, presunti esperti, BIG della virologia che battibeccano tra loro, santoni dell’epidemiologia più o meno autoreferenziali. Siamo circondati di numeri, tabelle, grafici che impennano colorati puntando verso le stelle.

Su queste pagine cerco invece di riordinare idee, emozioni e di fare qualche riflessione.

Cerco di dare un ordine personale, soggettivo alla grande confusione del momento.

Era iniziato come un monologo interiore questo diario, uno specchio cui parlare la sera. Poi è divenuto altro, ho visto oltre lo specchio ed ho trovato una moltitudine che desiderava condividere emozioni, raccontarsi, centinaia di persone, uomini e donne di tutte le età e professioni.

Ma torniamo al filmato ed al suo messaggio, si parlava di un esperimento.

Due gruppi di topi. Il primo veniva sottoposto 24 ore su 24 all’ascolto di miagolii di gatto registrati, l’altro gruppo ascoltava musica classica. I due gruppi mostravano nel tempo un diverso andamento del loro stato di salute con il primo gruppo che tendeva ad ammalarsi precocemente. Lo stress, la paura, la depressione li rendevano più vulnerabili.

Uno studio dell’Università di Chicago (unica divagazione scientifica promesso) ha mostrato come l’isolamento e lo stato depressivo indebolisce la risposta immunitaria ed aumenta il livello di infiammazione nei primati (uomini ed in quel caso anche macachi) e ci sono in letteratura una moltitudine di studi in tal senso.

Cosa ci insegna tutto questo? Che la rincorsa alle notizie catastrofiche, i bollettini di guerra dei morti e contagiati servono per gli addetti ai lavori. Non ad altri.

Dati peraltro che mostrano grosse incertezze, frazioni di cui nemmeno si conosce con certezza il denominatore.

Il confine tra dovere di informare (perché la gente comprenda la necessità di misure eccezionali di contenimento) e il generare paura e depressione è labile.

Siamo sommersi in questi giorni di immagini forti. Penso (ne sono fortemente convinto) che ora che il problema è compreso sia arrivato il momento di cominciare a guardare oltre.

Dell’ostacolo siamo ormai consapevoli e se la nostra vista si focalizza solo su quello andremo a sbattere. Se al contrario alziamo lo sguardo scopriremo che per quanto alto possa essere l’ostacolo dietro c’è vita, futuro, corse all’aria aperta in compagnia.

Dobbiamo vincere l’isolamento, vedere parenti e amici in videochat, telefonare agli anziani, magari l’anziano vicino di casa per sentire semplicemente come sta e fargli sentire una voce.

Dobbiamo concentrare la nostra mente sui pensieri positivi. Dobbiamo guardare oltre il muro. Fare progetti per il dopo. Prendere carta e penna e immaginare una vita da ripensare, nuovi obiettivi, nuove priorità.

Pensiamo alla vita che alla fine vince sempre. Ieri dopo la lettera scritta a Italo, nato nel 2020, alcuni di voi mi hanno raccontato di figli e nipotini nati in questi mesi cui leggeranno la lettera di Italo. Sono loro la nostra forza. Sono la generazione zero che ricostruirà imparando dai nostri errori.

Pensieri felici dicevamo.

Osservo questa sera sullo scaffale una prima edizione di “Peter Pan” cui sono molto affezionato (nell'immagine allegata illustrazione originale di Arthur Rackham, illustratore di epoca vittoriana cui si deve la prima immagine di Peter Pan).

Leggiamo due righe insieme:

<< nel momento stesso in cui dubitate di poter volare, cessate anche di essere in grado di farlo>>

<< Dovete fare pensieri dolci e meravigliosi. Saranno loro a sollevarvi da terra >>

Ricordiamoci dei suoi pensieri felici. I suoi pensieri felici permettevano di volare, i nostri possono rinforzare il nostro sistema immunitario ed in tempi di Corona non è poco.

Buon pensiero positivo a tutti!

26 di marzo … Chi vuol esser lieto, sia …

25 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

A PROPOSITO DI GABBIE E DI PESCI ROSSI

Ieri un mio social-amico ha scritto un post nel quale affermava di rivedere la sua opinione circa l’efficacia della detenzione domiciliare alla luce dell’esperienza di confinamento di questi giorni.

Devo essere sincero: ho spesso considerato anche io gli arresti domiciliari come una detenzione troppo “leggera” ed a volte poco comprensibile.

Ma questa detenzione domiciliare cui oggi tutti siamo “condannati” dal coronavirus cambia le carte in tavola. Ha ragione l’amico del post.

Le mura domestiche si fanno via via più strette ogni giorno che passa.

I metri quadri si riducono, lo spazio elastico si comprime. Un big bang all’incontrario.

Ed ognuno reagisce con tecniche differenti alla prigionia.

C’è chi decide di tenersi impegnato con lavori di manutenzione rinviati da una vita (ma servono strumenti e pezzi di ricambio non più così semplici da reperire). Chi si scopre (o si crede) masterchef, chi si improvvisa pittore neo-realista o chi illuminato sulla via di Damasco si riscopre cultore delle arti musicali.

C’è anche (e pare siano la maggioranza) chi ha fatto del percorso divano–letto-cucina-divano una sorta di circuito podistico a tappe. Si cronometra, migliora i tempi costantemente in una gara contro se stesso. Agonismo spinto all’estremo.

La televisione e internet diventano l’oppio moderno.

E’ di questi giorni l’allarme lanciato dagli esperti circa l’aumento impressionante e vertiginoso del traffico internet. TV on-demand e video-chat per smartworking e lezioni delle scuole a distanza stanno mettendo a dura prova tutta l’infrastruttura portante della rete. Al punto che i grandi servizi come Netflix e PrimeVideo annunciano di dover abbassare la risoluzione ed il bit-rate (si ridurrà cioè la fluidità delle immagini) per poter continuare a garantire il servizio.

Pensate se all’isolamento dovesse affiancarsi un crollo della “rete”… sarebbe un evento catastrofale (siamo più in grado oggi di vivere e comunicare senza rete?).

Ed i bambini?

Osservo il mondo attraverso gli occhi di due osservatori particolari di 12 e 4 anni.

Il mondo di mia figlia dodicenne ai tempi del corona è un mondo fatto di chat, video lezioni, app e programmi per la gestione dei contatti. Smartphone, tablet e PC diventano estensioni del corpo che permettono di abbandonare la zona rossa in sicurezza. Una vita che si “virtualizza”.

Poi c’è il mondo che osservo con gli occhi dei 4 anni del mio piccolo “attila”. Un bimbo vivace, chiacchierone, vulcanico, con quella forza vitale che quell’età ti dona quando cominci a prendere coscienza di un’intero mondo che aspetta solo di essere scoperto ed esplorato da te.

E’ lui la mia “tigre in gabbia”. In lui rivedo quegli animali che negli zoo si vedono girare senza sosta e senza meta in circolo come criceti in un ruota. Sono movimenti stereotipati, ripetitivi.

Così i più piccoli corrono, su e giù, da un lato all’altro della casa in una corsa senza fine.

Unico momento di libertà il breve viaggio tra casa dei nonni e la nostra quando siamo al lavoro, in ospedale. In quel momento, in quelle poche centinaia di metri, paiono piccoli pesci rossi in una boccia che guizzando verso il cielo, fuori dall’acqua, assaporano nel breve tragitto del volo il gusto frizzante dell’aria fresca.

25 di marzo … andiamo allo zoo a vedere le tigri feroci …

24 Marzo a.d.c. (Anno del Corona)

LETTERA A ITALO, NATO (immaginario) dell’anno 2020

Anno 12 n.d.c. (Nuova Datazione Corona) – 2032 (vecchia datazione)

Caro Italo,

Buon compleanno.

I 12 anni sono un traguardo importante. Comincia la tua adolescenza e con essa la consapevolezza maggiore del mondo che ti circonda, di come oggi funziona e di come funzionava prima, prima dell’anno zero.

Lo hai studiato a scuola alle elementari l’anno zero, l’anno in cui sei nato.

L’anno in cui il mondo è cambiato.

Ti hanno insegnato che un virus trovò impreparati proprio quei paesi che pensavano di essere più civili e avanzati, quelli che pensavano di essere al sicuro forti delle loro economie o del loro servizio sanitario. Quelli delle buone maniere, dell’istruzione avanzata, del progresso tecnologico.

Ti hanno insegnato che al contrario delle aspettative le istituzioni vacillarono, arrancarono.

Di come non indietreggiarono invece medici e infermieri e di come combatterono.

Ti hanno raccontato di come la grande generosità delle persone intervenne a colmare i vuoti. Gesti piccoli e grandi che permisero a chi era in prima linea contro il virus di proseguire la battaglia.

Ti hanno spiegato che per quella generazione di dottori, infermieri, tecnici, dentro gli ospedali e fuori sul territorio, fu una battaglia campale.

Tu non puoi immaginare come era, quel mondo, con gli occhi di oggi.

Oggi, nell’anno 12 n.d.c. i posti di terapia intensiva negli ospedali italiani sono adeguati alle necessità della popolazione.

Oggi si è compreso che la sanità non è un “costo” ma un bene essenziale per la vita e la serenità dell’intera popolazione e si investe di più consci che si investe in “vita”.

Oggi si è compreso che proteggere, da subito, chi lavora in prima linea negli ospedali è essenziale per limitare i contagi e consentire di curare a pieno regime.

E’ un mondo che ha compreso i suoi errori qui, oggi nel 2032 vecchia datazione.

Ma in quell’anno, nell’anno 2020, le cose furono difficili.

Mentre nascevi il mondo si bloccava, fermava la sua rotazione. Si fermava l’alternanza del giorno e della notte. Si fermavano i calendari. Gli orologi muti testimoni di giornate interminabili.

E non vi era più differenza tra una domenica e un lunedì, una settimana o l’altra, un mese o l’altro.

Bloccate le fabbriche, gli uffici, le feste religiose e non religiose. I nonni separati dai nipoti.

Le code ai supermercati rigorosamente a 1,5 metri di distanza. Gli occhi che si scrutavano dietro maschere variopinte (e non era carnevale).

Pensa Italo, la gente si dimenticò anche di ammalarsi. Perché in quel periodo a parte il “corona” “sparirono” come per magia altre malattie, o meglio non sparirono, ci fu solo paura di recarsi in ospedale e di essere contagiati e questo portò molte persone a sottovalutare sintomi e segni del corpo.

Nell’anno 2020 si comunicava a distanza, i contatti erano vietati, la polizia e l’esercito scendevano per strada per bloccare, giustamente, gli spostamenti.

Ora puoi capire, Italo, quello che accade, da allora, ogni mese di marzo: la festa della vicinanza.

Sin da piccolo sei abituato. Nel mese di marzo vi è un giorno in cui tutti si salutano, si stringono la mano, si abbracciano. Sul lavoro, per strada, a scuola, in coda alla stazione. Quella vicinanza, quel giorno della memoria, ricorda il contatto umano che perdemmo nel 2020, ricorda quanto ci costò.

Ci ricorda che dobbiamo imparare ad avere cura di noi e della persona accanto. Ci ricorda che la salute è il nostro bene più prezioso.

Ci ricorda che siamo tutti essere umani, senza distinzioni.

Caro Italo, un abbraccio.

24 di Marzo … andiamo a prendere il francobollo …

23 Marzo a.d.c. (Anno Del Corona)

TOCCARE O NON TOCCARE, QUESTO E’ IL PROBLEMA

Diciamocelo, chi non ha creduto per buona parte della vita di essere “immortale”?

Se non vivessimo nella finta presunzione di immortalità non faremmo progetti a lungo termine, non investiremmo anni della nostra vita per divenire qualcuno o per costruirci una carriera.

Poi un giorno si incontra la malattia.

Le prime esperienza da bambino cominciano a insegnarti la fragilità, a piccole dosi.

Poi i fortunati crescono con piccoli inciampi e nulla più.

Sino a quando, se così vuole il destino, si incontra la malattia, quella seria.

Le malattie cardiovascolari, le malattie oncologiche. Sono le nostre paure più grandi.

Quante volte abbiamo sentito scrivere o dire “è morto di un brutto male?”. Come se esistessero mali buoni.

Ma queste malattie, sino a quando siamo sani, le vediamo sempre con occhi di altri.

Proviamo compassione, tristezza, ma è altro, è qualcosa fuori da noi.

Non ci spaventa il contatto con il malato.

Possiamo stringere la mano ad un paziente oncologico, rincuorarlo, abbracciarlo, incrociare gli occhi da vicino.

Possiamo sederci vicino ad un paziente appena ripreso da un infarto esteso e raccontargli che il bicchiere è mezzo pieno, raccontarlo a lui che in quel momento vede solo quello mezzo vuoto. Perché il bicchiere mezzo pieno è la vita che ti da una seconda chance.

Possiamo fare tutto questo vicino a lui, fare nostre le sue lacrime e lui può vedere i nostri occhi inumidirsi.

Si chiama EMPATIA.

Questo il coronavirus ci ha portato via, la possibilità di mostrare la nostra empatia.

Perché questa volta la malattia del nostro paziente può divenire, con estrema facilità, anche la nostra.

Il paziente COVID è isolato. Isolato dal mondo, dai parenti, dagli affetti, da noi.

Per vederlo, per comunicare dobbiamo frapporre tra noi e lui doppi camici, doppi guanti, occhiali, visiera, maschera con filtro. E stare lontani.

Può essere un nonno che ha un nipotino appena nato.

Può essere un padre il cui figlio sta per laurearsi, sposarsi.

Può essere una madre che attende di divenire nonna.

Così i carrelli a fianco dei letti si riempiono di disegnini dei nipoti, lettere dei figli, pensieri del consorte.

Si torna a comunicare con la carta. Dove le condizioni cliniche lo consentono e il paziente ha un Device giusto si può tentare una videochat ma sono casi rari.

E comunque manca il contatto.

Qualche giorno fa sono passato in area COVID a trovare un carissimo amico. Sono rimasto sulla porta a parlare con lui. Ho dovuto mantenere le distanze proprio nel momento in cui invece due esseri umani vorrebbero potersi avvicinare. E’ la cosa che mi ha fatto più male.

Ricordiamocelo quando sarà finito tutto, non dimentichiamolo.

Quando potremo sfilare camici, riporre visiere e dimenticarci delle famigerate maschere ffp2/ffp3 ricordiamoci di quanto il contatto ci sia mancato oggi e di quanto sia importante nel processo di cura e del “prendersi cura”.

Ora rimetto i guanti, vorrei mica qualcuno mi toccasse…

23 di Marzo … guardiamoci negli occhi …

22 Marzo a.d.c. (Anno Del Corona)

CHI VUOL ESSER LIETO, SIA

A proposito di leggerezza dell’aria, diari ed epidemie

E’ domenica.

Giorno in cui bisogna (chi non è di turno) respirare.

Quanto ci siamo accorti in queste settimane di un gesto tanto scontato quanto unico: respirare.

L’unica cosa che facciamo ininterrottamente dal momento della nascita a quella della morte.

Ed in tempi di COVID questo atto appare tanto fondamentale quanto fragile e delicato.

Oggi mi giunge, al risveglio, la notizie di una persona, un grande professionista, che ho conosciuto e stimato negli anni di Medicina. Portato via dal corona.

Allora si inspira ed espira e si cerca, si deve cercare, la leggerezza dell’aria.

La scorsa domenica il DIARIO ha parlato di “diari” e lo farà anche oggi.

Per affrontare tutto il resto ci sarà tempo in settimana, non mancherà il tempo, purtroppo, in questa lunga corsa.

Domani si riparte.

Oggi cerco riparo nei libri.

Chi mi conosce sa che la mia passione sono i libri: antichi, unici, d’arte, strani, libri che raccontano storie e libri che hanno una storia da raccontare. Una passione di cui ho fatto quasi un secondo “mestiere”.

E con i libri e grazie a loro posso viaggiare anche ai tempi della quarantena e delle zone rosse. Viaggi che racconto in un blog “www.leportedeilibri.com” da due anni circa con l’aiuto di un prezioso collaboratore.

Il libro che apro virtualmente oggi ha proprio a che vedere con il mio diario e le similitudini sono tante. A suggerirmi il collegamento è stato però uno di voi. Tra i tanti, tantissimi commenti, una persona cara mi ha fatto notare qualche giorno fa un precedente interessante. Se oggi scrivo un diario del corona qualcuno molto più importante di me (ed un vero romanziere) scrisse a suo tempo un diario di un’epidemia.

<<Ai primi di settembre del 1664 cominciò a correre voce a Londra e anch’io ne intesi parlare nel mio quartiere, che in Olanda c’era di nuovo la peste…>>

Così inizia il” Journal of the Plague Year”, il Diario dell’Anno della Peste, scritto nel 1721 da Daniel Defoe, giornalista e scrittore inglese, autore di “Robinson Crusoe” (di cui possiedo una delle prime copie stampate), e “Moll Flanders”.

Si tratta di un diario immaginario. L’io narrante è un sellaio, non meglio identificato, che allo scoppiare dell’epidemia decide di rimanere in città, nonostante il pericolo, per continuare a curare i suoi affari. Fatalista e profondamente cristiano, si affida alla divina provvidenza, convinto, come molti all’epoca e forse anche lo stesso Defoe, che la causa dell’epidemia fosse dovuta ad una punizione divina per il cattivo comportamento degli uomini.

Accanto al diario personale, più intimo, largo spazio è dato alla descrizione e all’analisi minuziosa e lucida degli avvenimenti e dei comportamenti delle autorità da una parte, non sempre preparate ed efficienti (analogie con i tempo moderni?), e della popolazione dall’altra, sofferente e terrorizzata.

Alle vicende si aggiungono numerose testimonianze e documenti dell’epoca autentici, come le varie ordinanze emesse dalle autorità per cercare di contenere il contagio, le statistiche, il “Bills of Mortality” che riportava in dettaglio gli elenchi dei deceduti e la “Loimologia,” un accurato resoconto dei fatti redatto nel 1672 dal dottor Nathaniel Hodges, uno dei pochi medici che non abbandonarono la città, il quale si prodigò per gli ammalati soprattutto i più poveri con grande dedizione.

Nella figura di Nathaniel Hodges rivedo oggi non solo i colleghi che tengono la prima linea, ma quelle migliaia di medici volontari che ieri hanno risposto al bando della Protezione Civile.

Allora caro Defoe è un piacere, nel mio piccolo e senza pretesa alcuna, affiancare il mio modesto diario al tuo.

22 di Marzo … Di doman non c’è certezza …

21 Marzo a.d.c. (Anno Del Corona)

GIOCHI DI RUOLO

Una settimana difficile, pesante.

In questa settimana abbiamo vissuto insieme attimi di speranza, preoccupazioni, ansie e momenti di positività.

E lungo il cammino siamo cresciuti, molti si sono uniti a noi. Ci siamo confrontati, salutati, abbracciati virtualmente.

Ora è d’obbligo prendere fiato, tutti insieme con una pagina del diario semi-seria.

Perché anche nei momenti più drammatici bisogna ricordare, come diceva qualcuno

, che la vita alla fine è troppo breve per essere presa sul serio.


Ecco dunque per voi un “bestiario” del medico ai tempi del coronavirus, una sorta di zoo virtuale nel quale potremo ammirare alcuni esemplari unici di medico che si possono incontrare in queste settimane nei reparti COVID:


1. RAMBO: E’ visibile a metri di distanza. Il suo camice trabocca “armi” da tutte le tasche. Rambo è pronto alla guerra in qualsiasi momento. Penna già pronta all’uso, fonendoscopio posato su una singola spalla per estrazione più rapida, Timbro oliato per colpire più velocemente sul referto. Cuffia di protezione di traverso (simile ad un basco dei famosi Berretti Verdi). Bisturi e filo di sutura al cinturone. Zaino con maschere e tubi. Lato positivo: Il medico Rambo è sempre pronto in prima linea e può lavorare anche 24 ore di seguito; Lato negativo: soffre di stress Port traumatico cronico. Si sveglia in piena notte e intuba i pupazzi del figlio per passare il tempo.


2. ROBOCOP: Lo si riconosce dal numero di Device elettronici che porta con se: smartphone con auricolari bluetooth, tablet e smartwatch. Vive tutto sincronizzato. Gira con batterie aggiuntive come fossero razioni alimentari. Quando arriva un messaggio suona come le campane a festa del paesello la domenica. E’ in grado di gestire contemporaneamente una consulenza telefonica, la scrittura di una relazione sul tablet e la registrazione di un appuntamento sullo smartwatch. Lato positivo: Medico Multitasking. Lato negativo: smarrito quando si scaricano le batterie. (Ndr per chi mi conosce bene rientro in questa categoria)


3. JAMES BOND: E’ impeccabile. Scarpe lucide, polsini, cravatta, non un capello fuori posto. Camice appena stirato. Fonendoscopio in tinta con orologio. Penne disposte nel taschino secondo gradazione di colore. Pronto a cadere sul campo di battaglia, ma sempre con stile. Lato positivo: Non si scompone mai. Lato negativo: Per lui la vestizione in area COVID è una tortura fisica e psicologica che lascerà cicatrici profonde e perdita di autostima


4. IL MANIACALE: vive in tensione continua. Il COVID non è il suo mestiere dunque deve avere sotto controllo tutto. Gira armato di check-list per il reparto per non correre il rischio di dimenticare qualcosa. Verifica 3 volte tutto quello che fa poi chiede ad un collega di riverificare da capo. Lato positivo: non gli sfugge quasi niente. Lato negativo: 3 ore di lavoro per far quello che altri fanno in una (ma la fa bene).


5. LO SCIENZIATO: Dall’inizio dell’emergenza ha fatto dell’aggiornamento continuo un’arte sopraffina. Vive costantemente collegato con chat da tutta Italia in cerca dell’ultima cura sperimentale. Legge newsletter ogni ora e visita la pagina internet dell’OMS ogni 10 minuti. Se è uscito un articolo nel mondo nell’ultima ora lui lo sa già, anzi lo sapeva già prima della pubblicazione. Lato positivo: Tiene aggiornato tutto il gruppo. Lato negativo: le troppe informazioni lo mandano spesso in “corto-circuito”


6. IL CROCEROSSINO: E’ quello che sente di dover salvare il mondo, da solo. Corre in soccorso di tutti, si offre al posto di tutti. Alza la mano per offrirsi volontario ancora prima che abbiano posto la domanda e prima di sapere per cosa si sta offrendo volontario. Sente di avere una missione. Lato positivo: è un supporto per tutti. Lato negativo: rischio burnout dietro all’angolo.


Ora, però, torno serio, e lo devo ad alcuni VERI "esemplari di colleghi:


7. Il medico DEA: sono in prima linea dalla prima ora. Si sostengono a vicenda. Li potete riconoscere per i segni delle maschere portate per 12 ore e più, segni che permarranno a lungo. Non mollano. Non possiamo andare a stringergli la mano ma lo facciamo virtualmente ogni giorno. Stanno affrontando l’impossibile e guardandoli si capisce che alla fine essere medico (come essere infermiere) è veramente una missione


8. Medici RIA: Li riconosci perché hanno rinchiuso i sorrisi in un cassetto, al sicuro sino a quando sarà finito tutto. Vedono il lato peggiore di questa crisi. Supportano tutti i colleghi delle aree COVID. Gestiscono il tutto con professionalità che fa loro onore. Non mollano.


9. Medici Malattie Infettive: Hanno preso dall’inizio sulle loro poche spalle tutto il carico scientifico ed emotivo di questa crisi. Non hanno riposi, recuperi, ferie, sonno. Vivono in costante stato di allerta e coordinano il trattamento di un numero di pazienti 6-7 volte superiore al normale. Ringraziarli non sarà mai sufficiente.


10. Tutti i colleghi coinvolti nella gestione COVID: Medici di tutte le specialità che all’improvviso studiano, imparano, si applicano per la gestione delle turnazioni nei reparti COVID. Si torna studenti in un misto di stanchezza, ansia ma anche determinazione e solidarietà. Il chirurgo lavora al fianco del pneumologo, il neurologo a fianco del cardiologo. Saltate le barriere siamo tutti un’unica grande famiglia.


21 di Marzo … il mondo è bello perché è vario …

20 Marzo a.d.c. (Anno Del Corona)

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELLA CORSA

Ci sono vette e ci sono abissi.

Ci sono alti e bassi.

Con il passare dei giorni, con l’accumulo di stanchezza fisica e psicologica cominciano a intravedersi i primi meccanismi di difesa.

Una giusta premessa: osservo con gli occhi dell’uomo comune. Non sono esperto in materia, gli esami di psichiatria troppo lontani nel tempo.

Osservo.

A “consumare” la vitalità di molti non è tanto la fatica fisica, le responsabilità, le nuove sfide. Anche quello. Ma non solo.

Credo che ciò che rende arduo il compito è la totale assenza di previsioni.

Rendiamo chiaro il concetto con un esempio: se devo correre i 100metri so che posso permettermi una partenza con scatto bruciante e che posso dare tutto quello che ho da dare in pochissimo tempo. Se al contrario partecipo ad una maratona dovrò dosare sapientemente le energie, avanzare con regolarità evitare scatti.

Ora noi negli ospedali (da circa 2 settimane in Piemonte), abbiamo cominciato a correre. Solo che non sappiamo la durata e la lunghezza del percorso. Si accelera, si frena, si prende fiato, si accelera di nuovo.

Impossibile trovare un ritmo regolare, dividere i carichi di lavoro se non sai di ora in ora come variano quei carichi.

Si corre bendati, si inciampa, si chiede al vicino di corsa se vede il traguardo, poi insieme si alzano le spalle << forse sarà dopo la prossima curva>>.

E intanto di curve ne abbiamo già fatte un po’ ed è chiaro a tutti noi che il traguardo, di certo, non è dietro alla prossima.

Così ognuno cerca di impostare la corsa con un proprio ritmo.

Ed ognuno reagisce in modo diverso alla mancata vista della linea di traguardo.

C’è chi vive di adrenalina e ad ogni curva accelera sempre più (ma quanto reggerà se la corsa dovesse essere lunga? E sarà lunga!)

C’è chi cambia continuamente passo in un alternarsi di fase depressiva e fase “energica”.

C’è chi si arrabbia, chi scrive sui social con toni accessi, battaglieri per caricarsi e trovare la forza di un nuovo sprint.

C’è chi cerca di raccontare, come in una cronaca sportiva, la corsa su un diario (e intanto corre, immaginate la scrittura tremolante sul taccuino).

Osservando e guardando gli altri vedo anche me stesso come attraverso una lente sporca e deformata.

Oggi rallento, giornata giù. Un affanno solo psicologico, niente febbre, solo un’altra curva a vuoto.

Ma non corriamo da soli, è una staffetta.

O si vince insieme o si perde insieme.

E intanto si corre, senza una meta precisa, un po’ scomposti ma decisi.


20 di Marzo … un’altra curva laggiù in fondo …

19 Marzo (a.d.c. – Anno Del Corona)

PADRI E FIGLI

Abbiamo padri, siamo padri.

Il 19 Marzo del 2020 è una festa di separazione.

Figli separati dai padri.

Padri lontani dai figli.

Padri anziani che vedono il figlio in prima linea negli ospedali, provando un misto di orgoglio e paura.

Padri che da dentro vedono i loro figli fuori.

Questi padri (e sia chiaro vale a maggior ragione per le madri ma oggi è il 19 marzo!) vivono la paura di portare a casa “qualcosa”.

Alcuni di quelli di noi in primissima linea hanno deciso di isolarsi (penso all’amico Luca Grillenzoni a Biella e tanti, tanti altri) e vivono sul lavoro. Altri inventano mille protezioni e rituali per tenere i bimbi a casa il più sicuri possibile.

E ci sono i padri e i figli in quarantena.

Perché in questa strana e surreale festa del papà il regalo che faranno ai loro figli sarà probabilmente un abbraccio in meno, un bacio in meno. Con il terrore nel cuore che i più piccoli non capiscano.

Ecco perché scrivo (anche e non solo) questo diario.

Perché un domani i nostri figli, quelli non troppo piccoli per non sentire la nostra assenza ma non troppo grandi per poterne comprendere i motivi, sappiano cosa successe nel 2020.

Sappiano perché hanno visto poco o non visto i loro genitori, perché sembravamo “freddi”, perché non riuscivamo a lasciare in ospedale lo stress accumulato ma inevitabilmente lo portavamo a casa.

Stamane mi arriva un messaggio vocale su whatsapp, è del mio “piccolino” di 4 anni (aiutato dalla sorella più grande). Sono pochi secondi <<adesso tu sei “suppemen”>>.

Quei 3 secondi di registrazione sono il regalo più bello mai ricevuto per una festa del papà (oggi devo averlo riascoltato almeno 20 volte).

Ora però mi dovete scusare, vado a riporre il mantello perché purtroppo le disposizioni interne non mi permettono di indossarlo sotto il camice.

19 Marzo … Auguri papà….

18 Marzo (a.d.c. - anno del corona)

GUERRA E PACE

C’è un sentimento comune a molti operatori.

Un fremito lungo la schiena quando ci si sveste alla fine di turni fisicamente e psicologicamente pesanti.

E’ la sensazione di vivere in due mondi paralleli. Quello dentro e quello fuori.

Il mondo “dentro” è il mondo in guerra.

Ci si arma, ci si veste, si scende in trincea. Si lavora mentre si studia. TI lavi, ti sporchi, ti lavi, ti sporchi… una giostra continua dalla quale non puoi scendere.

Le protezioni contate, gli strumenti contati, i medici e infermieri contati.

I pazienti che aumentano, arrivano regolari, come onde infrante sulla battigia.

Riunioni improvvise per far la conta di chi c’è, di cosa oggi è cambiato.

L’ospedale pare una struttura gelatinosa. I reparti cambiano aspetto e vengono spostati di ora in ora a seconda dell’evolversi della crisi. Tutto e mobile, tutto scorre, panta rei.

Non esistono piu’ punti fissi o fermi. Il chirurgo affianca l’internista nel giro, impara il suo lavoro rapidamente, con la forza che solo l’adrenalina in questi giorni sa dare.

Poi esiste il mondo “fuori” quello della “Pace”.

Esci dal cancello dell’ospedale alla sera e tutto è (quasi) come è stato sempre. Gente a passeggio con o senza cane. Mamme coi passeggini affiancate alla panchina. Podisti con i cardiofrequenzimetri di ultima generazione. Pensionati al parco in 3 o 4 a scambiarsi ricordi di gioventu’. Gente allegra in coda al supermercato senza mascherine, attaccati come sul metro di Milano all’ora di punta (tanto, come sussurrava ieri sera una signora con le borse cariche di beni essenziali sono tutte storie dei telegiornali).

E’ in questo momento che, finito l’effetto dell’adrenalina, nel cuore dell’operatore sanitario subentra lo sconforto. Quando si è in guerra lo si è tutti. Tutti hanno la percezione che la vita è cambiata. Qui no.

Mentre parte importante della popolazione ha compreso la grave crisi e collabora, ed una parte purtroppo (quella produttiva e dei lavoratori autonomi) soffre con noi, una parte prosegue con apparente noncuranza a condurre un’esistenza “normale”.

Esistenza che per settimane o mesi verrà negata a chi vive (perché piu’ che lavoro ormai è vita) dentro l’ospedale.

Sappiamo che nessuno di noi uscirà senza qualche cicatrice fisica o psicologica da questa crisi. Qualcuno cambierà vita, qualcuno vedrà la vita con occhi diversi, qualcuno capirà che la vita è un soffio d’aria sulla fiammella di una candela, qualcuno si ammalerà, qualcuno pregherà e qualcuno smetterà di farlo.

Ancora 3 ore di guardia, qui al fronte. Anche oggi ho potuto vedere con i miei occhi la bravura e la passione di tanti colleghi, medici, infermieri, tecnici. Nessuno si ferma, dentro. Fatelo fuori, fermatevi.

18 di Marzo … sono solo storie diceva la signora...

17 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

La BUFALA è buona… ma meglio sulla pizza!

Da giorni siamo sotto bombardamento.

E non era possibile pensare potesse andare diversamente.

Una pandemia + l’isolamento in casa collegati ai social… una combinazione esplosiva.

Il paradiso della “bufala”, delle “fake news”.

Tutti alla ricerca dello scoop, del farmaco miracoloso, delle ricetta per “fregare il virus”.

Così in migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia in tutto il mondo abbiamo condiviso le notizie più strane nella sincera convinzione di aiutare l’umanità a sopravvivere al virus.

In questi giorni mi sono imbattuto in storie degne di stampa.

Molto bella ad esempio la “bufala” che spiega come diagnosticare la fibrosi polmonare trattenendo il fiato per 10 secondi (pensate quante TAC possiamo risparmiare!) o quella che spiega che bevendo liquidi molto caldi si inattiva il virus (al limite peggiorare l’esofagite).

Oppure quella che vende un fantomatico farmaco russo che previene l’infezione (qui il confine tra bufala e truffa è sottile).

Ci sono anche bufale confezionate molto bene.

Vi assicuro che anche noi “esperti” abbiamo avuto momenti di incertezza ad esempio sulla notizia, pubblicata anche da La Repubblica che riguardava la controindicazione ad un farmaco anti-infiammatorio in pazienti COVID. Le fonti parevano chiare e certe e solo un lavoro di equipe e di ricerca sulla letteratura scientifica ha permesso di svelare la verità, cioè che si trattava di notizia inventata pur prendendo spunto da alcuni dubbi reali.

Perché questo dobbiamo ammetterlo: abbiamo (intendo la comunità scientifica) tanti dubbi e poche certezze.

In condizioni normali studiare una sindrome, capirne l’evoluzione e programmare la strategia terapeutica richiede anni di lavoro.

Per il “corona” si stanno facendo miracoli, il lavoro di anni in poche settimane.

Centri di ricerca in tutto il mondo corrono una sorta di gara per sperimentare un vaccino (ma questo ci servirà per il prossimo anno) o per trovare combinazioni di anti-virali.

I farmaci che si stanno provando (dalla clorochina agli antivirali di vecchia e nuova generazione agli anticorpi monoclonali) sono farmaci che vengono usati in base ad esperienze di 1-2mesi, imparando dai primi dati cinesi. Alcuni utilizzati con la formula dell'uso compassionevole (nel dubbio se non ho niente da perdere lo provo), altri off-label (farmaci cioè non ancora autorizzati per tale scopo). Si fanno progressi rapidi ma siamo lontani dalla cura miracolosa.

Una preghiera allora: NON condividiamo messaggi non verificati e da siti NON istituzionali. Aumentiamo solo il rumore di fondo.

Lasciamo fare agli esperti (e già è dura per loro).

Se abbiamo dubbi chiediamo al medico di fiducia.

Oppure se vi imbattete in un post o messaggio di dubbia provenienza inerente il coronavirus scrivetemi su Messenger. Risponderò a tutti, magari non immediatamente ma risponderò. E dove non arriverò con la conoscenza diretta arriverò con l’aiuto di un gruppo di colleghi che è ormai una seconda famiglia.

Un’informazione consapevole e corretta è la strada per attraversare, insieme, questa lunga crisi.


Giorno 17 di Marzo, apriamo il libretto d'istruzioni…

16 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

L’ABITO NON FA IL MONACO (ma lo protegge)

Oggi vi parlo di vestiti. Non l’ultima moda.

Oggi vi spiego perché in queste settimane i medici e gli infermieri saranno, purtroppo, meno disponibili per parlare.

Non sarà per cattiveria e non sarà per mancanza di sensibilità.

E’ che la nostra vita è cambiata sin nei piccoli gesti quotidiani.

Avete presente cosa voglia dire lavorare in un reparto “COVID”? No?

Ora vi racconto una giornata tipo.

Si esce di casa presto, prima del solito.

SI arriva in reparto.

Si tolgono i vestiti di casa riponendoli in uno spazio sicuro, pulito.

SI tolgono orologi, bracciali, anelli, collane. SI imbusta il telefono in un sacchetto trasparente o si avvolge nel domopak.

SI indossa camice monouso ciabatte.

Poi arriva il momento della seconda vestizione, e questa credetemi è interessante:

1- Lavaggio mani

2- Primo paio guanti

3- Camice

4- Gambali/sovrascarpe

5- Maschera chirurgica o ffp2/ffp3 a seconda delle evenienze

6- occhiali protezioni + cuffia

7- Scudo facciale

8- Secondo paio guanti (sovrapposto al primo)

Una volta bardati così non si può più uscire da zona “SPORCA”.

Se si esce immaginate la stessa procedura all’incontrario.

Qualunque gesto va pensato… dove mi appoggio, dove mi siedo. Nulla è scontato. Le penne “pulite” e quelle “sporche”.

I percorsi disegnati a terra come se fosse un campo minato.

Ed una piccola nota personale: dopo 25 anni ho deciso di eliminare la barba perché un viso glabro aderisce meglio alla maschera. Un sacrificio necessario sino a fine emergenza.

Ecco perché rispondiamo poco al telefono o perché sembriamo spariti.

E’ per proteggere noi e voi.

Giorno 16 di Marzo, pronti per la sfilata…

15 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

CARO DIARIO TI SCRIVO

Domenica, calma apparente, a casa.

Quando ho iniziato questo diario il 3 di Marzo non potevo immaginare cosa sarebbe diventato.

Il concetto di diario rimanda a ricordi di gioventù.

La mia generazione dei trenta-quarantenni ha vissuto nell’età dell’adolescenza l’era del “Caro Diario”.

Si tornava a casa da scuola, si apriva il diario e si riversavano avvenimenti, emozioni. Era un modo per imparare a scrivere, a raccontare.

Oggi la generazione “touch” o “social” non ha più un diario, ne ha di virtuali nei quali la comunicazione è spesso rapida, frammentata, telegrafica. Non per niente il social vincente tra i giovani è Instagram: una foto, poche righe.

Riaprire ora a quasi 45 anni un diario è stato il mio modo di mettere ordine nella confusione delle prime ore di emergenza.

Poi sono passati i giorni.

Le persone che condividono, commentano aumentano di giorni in giorno.

Può sembrare banale e scontato ma per chi come noi ormai vive blindato tra casa e ospedale sentire la vicinanza di chi “è fuori” vuol dire tanto.

Così è stato stupendo confrontarsi, salutare e scriversi con colleghi da tutta Italia.

Anche questo rimanda a ricordi di gioventù, agli anni del liceo nei quali, per imparare a scrivere in inglese, era d’uso cercare un “pen pal” (gli amici di penna)in Inghilterra. Si scrivevano lettere e tra scriverle, imbustare inviarle e ricevere risposte passavano secoli (e quanta emozione nel momento di aprire quella busta che arrivava da lontano carica di francobolli).

Oggi attraverso il diario conosco e scrivo a “pen pals” da tutta Italia.

Dal direttore dell’U.O Cardiologia del Sacco di Milano che mi ha onorato della sua amicizia virtuale dopo essersi imbattuto nel mio diario all’anonimo commercialista romano, alla collega gastroenterologa di Pisa che mi ringraziava per aver condiviso queste emozioni.

E sono io a ringraziare lei. Perché in tutta Italia stiamo diventando una squadra.

Mai come oggi la categoria è unità.

Oggi è domenica, si respira ben sapendo che in questo momento tanti colleghi sono ancora in prima linea.

Domani si riparte.

Giorno 15 di Marzo, si tira il fiato…

14 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

SOLDATI o MISSIONARI?

E’ difficile in questa silenziosa mattina di sabato di metà marzo riuscire a trovare una logica, un filo conduttore.

E’ stata una settimana difficile, una “Caporetto” dei sistemi sanitari nazionali (non solo quello italiano).

E come in tutte le disfatte militari ciò che conta sono i caduti sul campo, quando non hai più soldati chi resta in trincea?

Perché soldati siamo. Ce lo ripetono da giorni. In tutta Italia, al Nord soprattutto.

DI fronte alle preoccupazioni, ai timori, al carico psicologico e fisico da sopportare, la risposta è una: siete soldati.

Dunque medici e infermieri all’occorrenza e secondo il vento che tira sono oggi missionari (quante volte ci siamo sentiti dire negli 11 anni di blocco del contratto - cosa peraltro mai vista per nessuna altra categoria - che il nostro non era un mestiere ma una missione) domani soldati.

Temo cosa potrei sentirmi dire dopodomani.

Ma NON voglio sentire la parola EROI.

NO, non siamo eroi.

Siamo padri, madri, fratelli, sorelle, amici.

Abbiamo scelto nella vita di prenderci cura dell’altro e ne abbiamo fatto un MESTIERE. Un mestiere che va vissuto con etica, rigore, scienza e coscienza.

Per anni hanno tagliato posti letto oltre il lecito, oltre il buon senso in nome di calcoli fatti a tavolino da chi quaggiù, in trincea, non è mai sceso.

Per anni abbiamo ridotto il personale e non abbiamo formato abbastanza specialisti perché chi ha avuto in mano il timone della sanità sedeva dietro eleganti scrivanie e non si cambiava con noi alla mattina.

Ed ora, dopo anni di tagli sconsiderati, ora siamo soldati, perché questo serve per uscire da questa crisi senza precedenti.

Questo devo dire ai colleghi che mi chiamano sfiancati, spossati.

Nel Nord Italia non si contano più i medici e infermieri contagiati. In ospedale e fuori dall’ospedale.

Si lotta per potergli far fare un tampone, si lotta perché non vengano mandati a lavorare in assenza di sicurezza per loro e per i pazienti, si lotta per questi “benedetti” DPI. Ci sono realtà nel “civilissimo NORD” (e si apprezzi l’ironia) nelle quali sta mancando tutto.

E mancano uomini e donne. Perché chi sostituisce chi progressivamente si ammala?

Cerchiamo di aiutarci. Stamane una collega, una grande professionista come Ferraris Silvia si è offerta di aiutare gratuitamente i colleghi affetti da quella che diventerà per alcuni una vera e propria forma di “stress post-traumatico”. E posso capire che chi ancora passeggia e gioca nei parchi non veda con i nostri occhi.

Intanto le notizie dalla Cina sono promettenti. La loro crisi comincia a risolversi ed il loro aiuto, materiale, in arrivo. Un gemellaggio Italia-Cina essenziale in questo momento. E’ il loro “Piano Marshall”, la storia ripete se stessa, cambiano solo gli attori.

Forza colleghi (medici, infermieri, OSS) consoliamoci, settimana prossima sarà, inevitabilmente, più dura di questa.

E quando sarà finita molti di noi avranno stretto legami forti, indissolubili indipendentemente da ruoli e specializzazioni.

Molti di noi impareranno ad apprezzare le piccole cose, come il momento del caffè tutti insieme per iniziare la giornata, quel caffè, da lunedì sino a data da destinarsi, lo prenderemo ad 1 metro di distanza, con circospezione.

Giorno 14 di Marzo, tavola da surf pronta, arriva l’onda…

13 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

A PROPOSITO DEL FATTO CHE NON TUTTO VA BENE

In questi giorni ho parlato molto di quanto di buono la gente dentro e fuori l’ospedale ha fatto e sta facendo. Gesti di grande generosità, gesti di vicinanza. Donazioni. Era il momento di rimboccarsi le maniche e lavorare per costruire e dare anche un messaggio di speranza a chi non vive ora per ora l’evolversi delle cose come noi “dentro”. Un messaggio di fiducia: ci siamo, stiamo lavorando, non molliamo.

E’ però giunto anche il momento di guardarsi in faccia in questo venerdì 13 così particolare. E NO, NON tutto è andato bene.

E perchè serva di lezione dobbiamo dircelo con franchezza e lucidità.

NON abbiamo capito in tempo che NON era un’influenza normale.

NON abbiamo saputo (o potuto) preparare in tempo uomini, strumenti, ospedali.

NON abbiamo saputo (o potuto) proteggere chi sarebbe andato in prima linea.

Il mio pensiero è rivolto in primis ai medici di medicina generale. I tanti colleghi che avrebbero dovuto contenere le infezioni sul territorio. E che hanno provato a farlo NONOSTANTE la carenza di DPI (Dispositivi di Protezione) a loro disposizione. Quei colleghi ora si ammalano. Ad uno di loro cui sono particolarmente vicino per stima e collaborazione da anni va il mio pensiero particolare. Un medico “di famiglia” che come tanti altri da Vercelli alla Valsesia non si è risparmiato mettendo il senso etico di fronte anche alla propria salute.

Un altro pensiero è rivolto a chi si ammala, di noi operatori sanitari, al proprio domicilio. Sui percorsi che identifichino le responsabilità nella gestione di tali casi manca chiarezza ed i controlli con tamponi latitano per problemi organizzativi o carenze DPI del personale ADI.

Noi operatori sanitari siamo in prima linea, rinunciamo a tutto (ferie, recuperi, riposi, leggi sull’orario di lavoro “congelate” per noi sino a data da destinarsi) ma non possiamo e non vogliamo rinunciare alle protezioni e ad uno “scudo” nel momento della malattia. ANAAO (Associazione Nazionale Dirigenti Medici e Sanitari Ospedalieri) che rappresento a livello locale è stata propositiva sin dalla prima ora dell’emergenza ed è in prima linea per contribuire a trovare e procurare materiali grazie alla generosità di benefattori come Carlo Olmo e tanti altri. Ma con la stessa forza ANAAO chiede con urgenza risposte.

A medici e infermieri si sono chiesti sacrifici, carichi di lavoro imponenti, rischi biologici con protezioni contate. Ora cominciano ad ammalarsi. È dovere nostro, di tutti, aiutarli ed essere loro vicini. Perché devono guarire e poter tornare a prendersi cura di voi, di tutti noi, in sicurezza.

Venerdì 13 di Marzo, proteggiamoci per proteggervi

12 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

COME STA?

Negli ultimi anni ho implementato molto il supporto a distanza dei pazienti che seguo ed ho in cura: whatsapp, email, Skype o FaceTime se serve. Ho sempre ritenuto importante sentirsi vicini anche da lontano, sapere che se hai un dubbio puoi avere una risposta, in tempi brevi. Spesso il lato peggiore della malattia è la paura di ciò che non si conosce o la paura di essere soli.

Così è capitato di chiamare pazienti o scrivere e chiedere << come sta? Tutto bene?>>

In questi giorni la stessa domanda, via whatsapp, email, a voce.

<< Come sta? Tutto bene? Serve qualcosa?>>

Ma non sono io a fare la domanda.

Sono loro a farla a me.

Si invertono i ruoli, come di fronte ad uno specchio.

Si preoccupano per noi, si offrono di portare cibo e conforto.

Sanno che dovranno avere pazienza, tutto ciò che non è urgente viene sospeso. Visite, interventi. Tutte le forze vengono indirizzate verso lui, il “COVID”.

E non possiamo non pensare che non siamo gli unici a fare sacrifici. Per aiutarci ad aiutarvi fuori stanno chiudendo negozi, attività commerciali, bar, ristoranti, parrucchieri. Sono tutti liberi professionisti che pagheranno un duro prezzo.

Rispettare le regole e l’isolamento vuol dire anche rispettare il sacrificio di molti.

Intanto il telefono si incarta nel domopak, i vestiti si imbustano, gli orologi si abbandonano. Viviamo in reparto e negli ambulatori come se fossimo in una sala operatoria.

Un ultimo pensiero a due “guerrieri” che oggi combattono la loro battaglia. A questi due amici e professionisti dono oggi il mio cuore.

Giorno 12 di Marzo, avanti tutta.

11 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

EPPUR SI MUOVE

La società civile, i privati, le fondazioni, le associazioni. Tutto si muove.

E’ un fiorire di donazioni, alcune molto importanti, altre piccole ma fatte con cuore grande.

Ieri ho avuto il grande piacere di dare un piccolo, piccolissimo contributo a ciò che di bello e importante sta organizzando Luciana Littizzetto a Torino. Ci siamo sentiti ed ho trovato una persona dalla grande sensibilità e con grande spirito pratico. Si sta facendo promotrice di un’importante raccolta di soldi a Torino e abbiamo parlato del modello applicato qui da noi a Vercelli di recente.

Stamane ricevo la telefonata di una pizzeria d’asporto (Areafood - Corso de Rege), in un grande gesto di generosità verso il personale sanitario impegnato nella gestione COVID hanno offerto una pizza gratuita agli operatori sanitari che si presentino con badge dell’ospedale nella fascia oraria 12.00-13.30. Ovviamente a noi operatori l’obbligo di non abusare di tale generosità offerta da chi in questo periodo subirà verosimilmente un calo importante dei guadagni, cosa che rende il gesto ancora più ammirevole.

Un altra buona notizia attendo in giornata, un’offerta di aiuto che potrebbe arrivare da molto lontano segno di vicinanza tra popoli. Segno che non siamo bianchi, gialli o neri... siamo essere umani. Ma questa è notizia che meriterà altra storia e verrà raccontata al momento giusto.

Intanto i malati aumentano, i letti vengono fagocitati ad altre strutture e reparti che vengono progressivamente convertiti a letti COVID.

Ora il problema è il personale. Bisognerà tentare di assumere specializzandi e tenere pronti eventuali volontari tra i pensionati, medici e infermieri. Man mano che le sindromi febbrili colpiranno il personale, ed è impossibile pensare che non accada, tale personale dovrà stare a casa.

Pronti via, giorno 11 di Marzo. Saluti dal fronte. State a casa, mascherina in luoghi affollati. Aiutateci ad aiutarvi.

10 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

I LAVORI PROCEDONO

Non si è mai stati tanti rapidi come ora. Acquisizione uomini, mezzi, strumenti. Ma i problemi sono tanti. Il materiale scarseggia anche sul mercato internazionale. Paghiamo anni di sottofinanziamento del SSN, di riduzione letti, personale, mancato o ritardato aggiornamento degli strumenti. Ora dobbiamo in 2-3 settimane recuperare 15 anni. E’ ovvio che sia dura.

Gli operatori sanitari in trincea daranno, e lo stanno facendo, l’anima.

A chi è fuori chiediamo di capire.

Stamane ho assistito ad un diverbio al pre-triage. Una persona in coda che spazientita affermava che era indecente che fosse in fila da 20 minuti. A quella persona dico “non hai capito”.

Non hai capito che stiamo tenendo aperto a caro prezzo, non hai capito che stiamo riconvertendo mezzo ospedale per trattare le insufficienze respiratorie, non hai capito che stiamo dirottando personale sui pazienti COVID e lo stiamo istruendo, non hai capito che per noi è una battaglia. A te che sei in coda con la maschera FPP2 (con valvolina) che a te non serve a niente dico che quella stessa maschera non la troviamo più sul mercato per gli operatori cui invece serve.

Ma se dimentichiamo per un attimo “l’amico” spazientito ci possiamo accorgere che in queste ore c’è invece una parte vitale della società che si sta stringendo attorno a noi in un abbraccio virtuale. L’amico Carlo Olmo ha pronta una donazione cospicua ed importante, una boccata d’ossigeno fondamentale, un contributo che farà la differenza in un momento difficile, una donazione che senza lungaggini burocratiche porterà ad un risultato concreto nel tempo più breve possibile. La società è pronta a rispondere.

Con i colleghi, da tutta Italia, è un fiorire di chat, whatsapp. Si condividono scoperte, esperienze, articoli scientifici. Professori, studenti, professionisti seduti ad un tavolo virtuale senza formalismi e senza divisioni per ruoli o importanza.

Oggi ho incontrato un gruppo di infermieri, giovani, in attesa di essere assunti con procedura di urgenza. Ho dato loro il benvenuto. Gli ho detto che scriveranno con noi una pagina di storia della nostra sanità.

Al lavoro.

4 Marzo (a.d.c. - Anno Del Corona)

PER UN FILO D'ACQUA DI TRAVERSO

Giornata di incontri, riunioni. Si vive l’emergenza da punti di vista diversi ognuno con il proprio bagaglio di esperienza, motivazione, conoscenza e perché no, stanchezza. Non ci sono avversari, ci sono solo problemi che cercano risposte e l’intento comune di trovarle, giorno per giorno, ora per ora.

E capita di incontrare colleghi che magari saluti distrattamente da anni, ed ora ci si ferma, si incrocia lo sguardo, ci si chiede <<stai bene?>> E non è una frase di circostanza. E capita che un collega li vicino, con un bicchiere in mano, ad un certo punto tossisca. Si ferma, si volta verso di noi, ci guarda e sussurra con la mano davanti alla bocca... << acqua di traverso >> e ridiamo tutti, alla faccia del coronavirus.

E il pensiero va ai colleghi urgentisti e rianimatori in quarantena che vorrebbero e avrebbero chiesto di rientrare (non sarà ovviamente possibile), per spirito di gruppo ammirevole , a lavorare al fianco dei colleghi rimasti e oberati di lavoro. Ed in quella volontà di prendersi per mano c’è tutta la solidarietà che ci consentirà di passare, insieme, questi momenti.

Ora a casa, un’oretta, prima di tornare in ospedale per la guardia notturna di 12 ore.